DISCO MERZ

DISCO MERZ

DISCO MERZ di Carlo Antonelli_da  Domus n.894 e Domus China n.007_ a cura di Loredana Mascheroni e  Matteo Poli, progetto di Pamela Ferri, foto di Ramak Fazel.

zona spettacolo

Bei tempi quelli delle divisioni tra notte è giorno, e delle identità nitide e chiare. Bei tempi quelli delle fantasie che si realizzavano solo quando veniva il buio, per poi sparire vampirescamente all’alba. Roba passata, che già ci fa tenerezza, come quando guardiamo sull’iPod/video quei vecchi Mondo Movies  anni Sessanta, sui misteri delle metropoli di notte: Parigi, Londra, New York, Tokyo. Quella era la coda lunga dell’Ottocento, quelli erano gli ultimi Tempi Moderni, che il secolo scorso ha prolungato e atomizzato fino all’altro ieri. Nel Nuovo Mondo, nella Nuova Vita, tutto questo ha perso chiarezza e senso. Le seconde e terze vite si realizzano 24 ore su 24, per tutto l’anno, dentro gli strumenti di comunicazione mobile e nelle piattaforme di condivisione online, confondendosi con il tempo e lo spazio inutilmente reali e allargando a dismisura le identità, fino a renderle spugne porose capaci di qualsivoglia emotività, autentica o sintetica che sia, in ogni caso comunque vera. Nessuno ha più necessità di luoghi depurati al (per dirla in modo retrò) peccato, nessuno ha più bisogno di travestirsi la sera e specie nel weekend per sovvertire il grigiore del suo tempo diurno e lavorativo. Sarebbe troppo elementare. La progettazione di luoghi di divertimento notturni si è evoluta in tal senso, passando dalla concezione di mondi alternativi, di universi alieni (anche percettivamente) a quelli di luoghi il cui grado di differenza rispetto ai luoghi di consumo diurni è sostanzialmente azzerato. La ricerca sullo spazio frontale di Pamela Ferri, senz’ombra di dubbio visionaria, ha trovato in questo senso un’applicazione naturale nella progettazione del nightclub romano “A tu per tu”.

9 - sezione fotografica

Quando Ferri parla di superfici che sono “limiti senza bordo” non parla solo di realtà percepita/concepita dallo spazio, ma pure di noi, che manco i parabordi vogliamo più, chiamati per diritto divino a dare realizzazione ad ogni nostro brivido più recondito e allo sfogo di ogni voglia, perché questa è la Felicità Individuale, unico dogma d’eredità sixties  al quale ubbidire tutti senza fiatare. Già perché di desiderio stiamo parlando, e lacanianamente sappiamo quando non si diriga mai dove vuole andare a rivolgersi, quando rifugga per natura da ogni benché minima soddisfazione. Sennò sparirebbe. Il desiderio, ben lo sapeva Gilles Deleuze (e milioni di persone prima di lui), sta nella piega barocca, nella curvatura delle superfici, nell’intervallo che si (s)piega a partire dall’incontro e dall’intersecarsi di differenti piani. Quando Ferri sfiorando con la mano le superfici nere del club (di quello strano nero opaco che assorbe e insieme rimbalza la luce) parla della “forza del corpo del vuoto” dice proprio di questo, del “puro vuoto della soggettività costantemente messo di fronte a una multitudine di oggetti parziali spettrali” (Slavoj Zizek, Il soggetto scabroso). Quando Ferri parla di percorrenze mentali o fisiche dentro questo spazio, costruisce insieme a noi lo sguardo desiderante del cliente, appropriatamente appoggiato su movimenti non lineari, su superfici cangianti, su distorsione anche alcoliche della visione.

particolari di vedute

Il club è un cristallo nero. Un’ infinito che si para di fronte a noi come visione finita, per ripeterla pari pari come la racconta Ferri. Una trasformazione che fissa, anche solo temporaneamente, una forma. Che può anche degenerare, scarto intuitivamente incodato nel patrimonio genetico di questo progetto. “La forma durante la cristallizzazione” – scrive Gilbert Simondon nel suo meraviglioso escursus  de L’individuazione psichica e collettiva – “può dar luogo a certe conseguenze: per esempio le direzioni privilegiate di divisione, dovute alla struttura reticolare del cristallo composto da un gran numero di cristalli elementari. Ma in tal caso si assiste a una degradazione della forma, non già ad una genesi di altre forme”. Quando si formano dei cristalli, insomma l’erosione, l’abrasione, lo sgretolamento, la calcificazione ne modificano la forma, ma senza generarne altre. Il desiderio a cui da forma Ferri funziona nello stesso modo: è sottoposto a tensioni psichiche che ne alterano costantemente la consistenza, il grado di metastabilità (sempre Simondon), senza con questo diventare altro da sé. Ma sulla nostra impossibilità ormai definitiva di individuarci, o se vogliamo, sulla mercurialità del nostro esserci e volere in qualche modo volerci, si sta basando tutta la ricerca del/nel contemporaneo. Alla quale Ferri appartiene quasi senza saperlo, immersa dentro le pieghe dei suoi spazi, che vedono chiaramente solo lei e pochi altri ( il pittore Gianni Asdrubali per esempio, col quale ha collaborato) e che a noi, che li cogliamo a stento, limitati come siamo ancora da vecchie divisioni cognitive e arrugginiti modelli prospettici sulla realtà, ci sembrano strani ritratti di come siamo diventati.verso uscita di sicurezza

—> scarica l’articolo completo: Pamela Ferri_Domus n.894 – 2006

link: http://www.abbs.com.cn/domus/200607.php _ http://www.abbs.com.cn/domus/0607/007-p072-73.jpg

—> link di riferimento: Appunti di viaggio in-Verso del 6 Maggio 2014_Matrice TempoR(e)ale_Prima sequenza SpazioTempor(e)ale —> processo evolutivo__1997-98 al 2010-11__ https://sistemasferico.wordpress.com/2014/05/06/matrice-temporeale/

 

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